Settimana Santa – Lunedì Santo (M. Valtorta)

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6 marzo 1945.

 

Gesù è ancora, a sera, nell’uliveto. Ed è coi suoi apostoli. E di nuovo parla.

«E ancora un altro giorno è passato. Ora la notte e poi domani, e poi un altro domani, e poi la cena pasquale».

«Dove la terremo, Signor mio? Quest’anno vi sono anche le donne», chiede Filippo.

«E non abbiamo ancora provveduto a nulla e la città è piena oltre misura. Sembra che quest’anno tutto Israele, fino al più lontano proselite, sia accorso al rito», dice Bartolomeo.

Gesù lo guarda e, come se recitasse un salmo, dice: “Radunatevi, affrettatevi, accorrete da ogni parte alla mia vittima che immolo per voi, alla grande Vittima immolata sui monti d’Israele, a mangiare la sua Carne, a bere il suo Sangue”.

«Ma quale vittima? Quale? Tu sembri uno che sia preso da una follia fissa. Non parli che di morte… e ci addolori», dice veemente Bartolomeo.

Gesù lo guarda ancora, lasciando con lo sguardo Simone che si curva su Giacomo di Alfeo e su Pietro e confabula con loro, e dice: «Come? Tu me lo chiedi? Tu non sei uno di questi piccoli che per esser dotti devono ricevere il settiforme lume. Tu eri già dotto nella Scrittura prima che Io ti chiamassi, attraverso a Filippo, in quel dolce mattino di primavera. Della mia primavera. E tu mi chiedi ancora quale è la vittima immolata sui monti, quella a cui verranno tutti per pascersi? E mi dici folle di una fissa follia perché parlo di morte? Oh! Bartolmai! Come il grido delle scolte, Io nella vostra tenebra, che mai si aprì alla luce, ho lanciato una volta, due volte, tre volte il grido annunziatore. Ma voi non l’avete mai voluto capire. Ne avete sofferto al momento, e poi… Come bambini avete dimenticato presto le parole di morte e siete tornati festosi al vostro lavoro, certi di voi e pieni di speranza che le mie e le vostre parole persuadessero sempre più il mondo a seguire ed amare il suo Redentore.

No. Solo dopo che questa Terra avrà peccato contro di Me -e ricordate che sono parole del Signore al suo profeta- solo dopo, il popolo, e non solo questo, singolo, ma il grande popolo di Adamo, comincerà a gemere: “Andiamo al Signore. Lui che ci ha feriti ci guarirà”. E dirà il mondo dei redenti: “Dopo due giorni, ossia due tempi dell’eternità, durante i quali ci avrà lasciati in balia del Nemico, che con ogni arma ci avrà percossi e uccisi come noi percotemmo il Santo e lo uccidemmo -e lo percotiamo e lo uccidiamo, perché sempre vi sarà la razza dei Caini che uccideranno con la bestemmia e le male opere il Figlio di Dio, il Redentore, scagliando frecce mortali non sulla sua eterna glorificata Persona, ma sulla loro anima da Lui riscattata, uccidendola, e uccidendo perciò Lui attraverso le loro anime- solo dopo questi due tempi verrà il terzo giorno, e risusciteremo al suo cospetto nel Regno di Cristo sulla Terra e vivremo dinanzi a Lui nel trionfo dello spirito. Lo conosceremo, impareremo a conoscere il Signore per essere pronti a sostenere, mediante questa conoscenza vera di Dio, l’estrema battaglia che Lucifero darà all’Uomo prima dello squillo dell’angelo dalla settima tromba, che aprirà il coro beato dei santi di Dio, dal numero perfetto in eterno -né il più piccolo pargolo, né il più vecchio vegliardo potrà mai più essere aggiunto al numero- il coro che canterà: ‘Finito è il povero regno della Terra. Il mondo è passato con tutti i suoi abitanti davanti alla rassegna del Giudice vittorioso. E gli eletti sono ora nelle mani del Signor nostro e del suo Cristo, ed Egli è il nostro Re in eterno. Lode al Signore Iddio onnipotente che è, che era e che sarà, perché ha assunto il suo gran potere ed è entrato nel possesso del suo Regno.

Oh! chi fra voi saprà ricordare le parole di questa profezia, già suonante nelle parole di Daniele, con velato suono, ed ora squillata dalla voce del Sapiente davanti al mondo attonito e a voi, più attoniti del mondo?!

 “La venuta del Re -continuerà il mondo, gemente nelle sue ferite e chiuso nel sepolcro, mal vivo e mal morto, chiuso dal suo settemplice vizio e dalle sue infinite eresie, l’agonizzante spirito del mondo chiuso, coi suoi estremi conati, dentro l’organismo, morto lebbroso per tutti i suoi errori- la venuta del Re è preparata come quella dell’aurora e verrà a noi come la pioggia di primavera e di autunno”.

L’aurora è preceduta e preparata dalla notte. Questa è la notte. Questa di ora. E che devo farti, Efraim? Che devo farti, o Giuda?… Simone, Bartolmai, Giuda, e cugini, voi più dotti nel Libro, riconoscete queste parole? Non da uno spirito folle, ma da uno che possiede la Sapienza e la Scienza esse vengono. Come un re che apra sicuro i suoi forzieri, perché sa dove è la data gemma che cerca, avendola messa di sua mano là dentro, Io cito i profeti. Io sono la Parola. Per secoli ho parlato attraverso labbra umane. E per secoli parlerò attraverso labbra umane. Ma tutto quanto è detto di soprannaturale è mia parola. Non potrebbe l’uomo, anche il più dotto e santo, salire, aquila d’anima, oltre i limiti del cieco mondo per carpire e dire i misteri eterni.

Il futuro non è “presente” che nella Mente divina. Stoltezza è in coloro che, non sollevati dal nostro Volere, pretendono fare profezie e rivelazioni. E Dio presto li smentisce e colpisce, perché solo Uno può dire: “Io sono”, e dire: “Io vedo”, e dire: “Io so”. Ma quando una Volontà che non si misura, che non si giudica, che va accettata a capo chino dicendo: “Eccomi”, senza discussione, dice: “Vieni, sali, odi, vedi, ripeti”, allora, tuffata nell’eterno presente del suo Dio, l’anima, chiamata dal Signore ad essere “voce”, vede e trema, vede e piange, vede e giubila; allora l’anima, chiamata dal Signore ad esser “parola”, ode e, giungendo a estasi o ad agonico sudore, dice le tremende parole del Dio eterno. Perché ogni parola di Dio è tremenda, essendo veniente da Colui il cui verdetto è immutabile e la Giustizia inesorabile, ed essendo rivolta agli uomini di cui troppo pochi meritano amore e benedizione e non fulmine e condanna. Ora questa parola, che vien detta e vilipesa, non è causa di tremenda colpa e punizione per coloro che, avendola udita, la respingono? Lo è.

E che ancora dovevo farvi, o Efraim, o Giuda, o mondo, che Io non ti abbia fatto? Sono venuto amandoti, o Terra mia, e la mia parola ti fu spada che ti uccide perché tu l’hai aborrita. Oh! Mondo che uccidi il tuo Salvatore credendo di fare cosa giusta, tanto sei insatanassato da non comprendere neppure più quale è il sacrificio che Dio esige, sacrificio del proprio peccato e non di una bestia immolata e consumata con l’anima sozza! Ma che dunque ti ho detto in questi tre anni? Che ho predicato? Ho detto: “Conoscete Dio nelle sue leggi e nella sua natura”. E mi sono seccato, come vaso d’argilla porosa messo al sole, nello spargervi la conoscenza vitale della Legge e di Dio. E tu hai continuato a compiere olocausti senza mai compiere l’unico necessario: l’immolazione al Dio vero della tua mala volontà!

Ora Dio eterno ti dice, città di peccato, popolo fedifrago -e nell’ora del Giudizio su te sarà usata la sferza che non sarà usata per Roma ed Atene, che èbeti sono e non conoscono parola e sapere, ma che quando, da eterni infanti mal curati dalla loro nutrice e rimasti bestiali nelle loro capacità, passeranno alle braccia sante della mia Chiesa, la mia unica sublime Sposa da cui mi verranno partoriti innumerevoli figli degni del Cristo, diverranno adulte e capaci, e mi daranno regge e milizie, templi e santi da popolarne il Cielo come di stelle- ora Dio eterno ti dice: “Non mi piacete più e non accetterò più dono dalla vostra mano. Esso mi è pari a sterco, ed Io ve lo ributto in faccia e vi resterà attaccato. Le vostre solennità, tutte esteriori, schifo mi fanno. Levo il patto con la stirpe d’Aronne e lo passo ai figli di Levi perché, ecco, questo è il mio Levi, e con Lui in eterno ho fatto un patto di vita e di pace, ed Egli mi fu fedele nei secoli dei secoli, sino al sacrificio. Ebbe il santo timore del Padre e tremò per il suo corruccio di offeso, al solo suono del mio Nome offeso. La legge della verità fu sulla sua bocca, e sulle sue labbra non fu iniquità, camminò con Me nella pace e nell’equità, e molti ritrasse dal peccato. Il tempo è venuto in cui in ogni luogo, e non più sull’unico altare di Sionne, immeritevoli essendo voi di offrirlo, sarà sacrificata e offerta al mio Nome l’Ostia pura, immacolata, accettevole al Signore”. Le riconoscete le eterne parole?».

«Le riconosciamo, o Signor nostro. E, credi, siamo abbattuti come da percossa. Ma non è possibile deviare il destino?».

«Destino lo chiami, Bartolmai?».

«Non saprei quale altro nome…».

«Riparazione. Ecco il nome. Non si offende, senza che l’offesa vada riparata, il Signore. E Dio Creatore fu offeso dal Primo creato. Da allora sempre si è aumentata l’offesa. E non servì la grande acqua del diluvio, né il fuoco piovuto su Sodoma e Gomorra, a far santo l’uomo. Non l’acqua e non il fuoco. La Terra è una sconfinata Sodoma in cui passeggia libero e re Lucifero. Allora venga una trinità a lavarla: il fuoco dell’amore, l’acqua del dolore, il sangue della Vittima. Ecco, o Terra, il mio dono. Sono venuto per dartelo. Ed ora fuggirei al compimento? É Pasqua. Non si può fuggire».

«Perché non vai da Lazzaro? Non sarebbe fuggire. Ma da lui non saresti toccato».

«Simone dice bene. Te ne supplico, Signore, fallo!», grida Giuda Iscariota gettandosi ai piedi di Gesù.

Al suo atto risponde un grande pianto di Giovanni e, benché più composti nel loro dolore, piangono i cugini e Giacomo e Andrea.

«Tu mi credi il “Signore”? Guardami!», e Gesù trivella con i suoi occhi il volto angosciato dell’Iscariota. Perché è realmente angosciato, non finge. Forse è l’ultima lotta della sua anima con Satana, e non la sa vincere. Gesù lo studia e ne segue la lotta come uno scienziato potrebbe studiare una crisi di un malato. Poi si alza di scatto e così veementemente che Giuda, appoggiato alle sue ginocchia, ne viene respinto e ricade seduto per terra. Gesù arretra persino, col volto sconvolto, e dice: «Per fare arrestare anche Lazzaro? Doppia preda e doppia gioia, perciò. No. Lazzaro si serba al Cristo futuro, al trionfante Cristo. Solo uno sarà gettato oltre la vita e non tornerà. Io tornerò. Ma egli non tornerà. Ma Lazzaro resta. Tu, tu che sai tante cose, sai anche questa. Ma coloro che sperano di avere doppio guadagno per catturare l’aquila con l’aquilotto, nel nido e senza fatica, possono esser sicuri che l’aquila ha occhio per tutti e che per amore del suo piccolo andrà lungi dal nido, per esser presa lei sola, salvando lui. Vengo ucciso dall’odio e pure continuo ad amare. Andate. Io resto a pregare. Mai, come nell’ora che vivo, ho avuto bisogno di portare l’anima in Cielo».

«Lasciami restare con Te, Signore», supplica Giovanni.

«No. Avete tutti bisogno di riposo. Vai».

«Resti solo? E se ti fanno del male? Sembri sofferente anche… io resto», dice Pietro.

«Tu vai con gli altri. Lasciatemi dimenticare per un’ora gli uomini! Lasciatemi in contatto con gli angeli del Padre mio! Mi suppliranno la Madre, che si macera di pianto e preghiera e che Io non posso aggravare del mio desolato dolore. Andate».

«Non ci dài la pace?», chiede il cugino Giuda.

«Hai ragione. La pace del Signore posi su coloro che non sono obbrobrio ai suoi occhi. Addio», e Gesù si interna salendo un balzo nel folto degli ulivi.

«Eppure… quel che dice c’è proprio nella Scrittura! E udito da Lui si capisce perché e per chi è detto», mormora Bartolomeo.

«Io l’ho detto a Pietro nell’autunno del primo anno…», dice Simone.

«E’ vero… Ma… No! Io vivo non lo lascerò prendere. Domani… », dice Pietro.

«Che farai domani?», chiede l’Iscariota.

«Che farò? Parlo con me stesso. É tempo di congiura. Neppure all’aria confiderò il mio pensiero. E tu che sei potente, lo hai detto tante volte, perché non cerchi protezione per Gesù?».

«Lo farò, Pietro. Lo farò. Non ve ne stupite se sarò assente qualche volta. Lavoro per Lui. Non glielo dite, però».

«Sta’ sicuro. E che tu sia benedetto. Qualche volta ho diffidato di te, ma te ne chiedo scusa. Vedo che sei migliore di noi al momento buono. Tu fai… io non so che parlare a vuoto», dice Pietro, umile e sincero.

E Giuda ride come lieto della lode. Si avviano fuor del Getsemani, verso la via che va a Gerusalemme.

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Settimana Santa – Lunedì Santo (M. Valtorta)ultima modifica: 2012-04-02T06:24:18+02:00da dio_amore
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